Il Premio Terzani
Il Premio letterario internazionale Tiziano Terzani è stato istituito nel 2004 dall’associazione culturale vicino/lontano, d’intesa e in collaborazione con la moglie, Angela Staude Terzani, e i figli Saskia e Folco del giornalista e scrittore fiorentino.
In occasione del primo incontro della Giuria, il 5 dicembre 2004 a Udine, lo scrittore e reporter di guerra polacco Ryszard Kapuściński, ora scomparso, espresse con efficacia il senso di un premio dedicato alla figura di Terzani all’interno del progetto vicino/lontano: «Il ricordo di Tiziano Terzani – disse Kapuściński – mi è molto caro. Il nostro mondo, che dicono globalizzato, è invece fatto di molte province, di tante culture diverse. Tiziano Terzani con il suo lavoro di giornalista ha saputo davvero creare quel ponte tra le diversità e le differenze che poi dà modo anche agli altri di capire il mondo, un mondo che cambia velocemente e drammaticamente. Tiziano Terzani lo ha potuto fare perché sapeva guardare, i suoi occhi sapevano guardare nel modo giusto. E per questo Tiziano Terzani è stato un vero, importante testimone del nostro tempo. In tanti scrivono. Oggi siamo sommersi da un diluvio di parole, ma poco di quello che viene scritto rimarrà». La giuria del Premio è presieduta, fin dalla prima edizione, da Angela Terzani Staude, garante – con l’associazione vicino/lontano – dell’indipendenza del riconoscimento. Il Premio Terzani viene consegnato ogni anno a Udine nel corso del Festival vicino/lontano.
Fanno oggi parte della Giuria del Premio: Enza Campino, Toni Capuozzo, Marco Del Corona, Andrea Filippi, Milena Gabanelli, Nicola Gasbarro, Carla Nicolini, Marco Pacini, Paolo Pecile, Remo Politeo, Marino Sinibaldi, Mario Soldaini, Saskia Terzani.
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Il vincitore: Alaa Faraj
Nato nel 1995 a Bengasi, in Libia. Studente di ingegneria e promessa del calcio nazionale. Nel 2017, una sentenza della giustizia italiana lo ha condannato a 30 anni di carcere. Il reato contestatogli è di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”. Sulla base di testimonianze frettolose e confuse, era stato indicato come lo “scafista” del barcone dove furono trovati, nella stiva, i corpi di 49 persone morte per asfissìa durante la traversata. Era la notte di Ferragosto del 2015 e Alaa, che allora aveva vent’anni, si è sempre dichiarato innocente. Nel giugno 2025 la Corte di Cassazione ha confermato la non ammissibilità della richiesta di revisione già dichiarata dalla Corte d’Appello di Messina, che però rilevava lo scarto tra la pena comminata e la condotta tenuta, suggerendo per questo di chiedere la grazia al Presidente Mattarella. Lo scorso dicembre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha concesso la grazia “parziale”, tenendo conto "del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto" e del "proficuo percorso di recupero avviato in carcere". Ad Alaa ora restano da scontare ancora alcuni anni ed è in corso una nuova procedura di revisione del processo. Ha raccontato la sua storia in Perché ero ragazzo (Sellerio 2025), che vince il Premio Terzani 2026.
Premio Terzani – Edizione 2026

Era ragazzo Alaa Faraj quando la guerra civile in Libia ha sospeso il gioco del calcio: la sua passione, il suo talento. Non aveva ancora vent’anni quando fu chiusa l’Università di ingegneria: il suo progetto di ragazzo di famiglia benestante. Aveva la testa piena di sogni quando è salito su quel barcone maledetto per cercare in Europa un futuro possibile. È l’inizio di un “incubo chiamato giustizia”. È condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di essere lo scafista responsabile della morte di 49 migranti nascosti nella stiva.
Alaa non si fa sconfiggere dalla disperazione. Studiare, imparare diventa il suo modo di sopravvivere. Ma è l’incontro in carcere con Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto, che lo trasforma in uno scrittore.
È così che ci fa entrare nei ricordi della sua bella famiglia, nella spensieratezza della vita di quartiere a Bengasi, nella sacralità delle sue amicizie. E ci precipita nel suo inferno giudiziario. Alaa non vuole la nostra pietà: cerca giustizia.
Un romanzo di formazione e un romanzo epistolare. Un resoconto in presa diretta che si fa stile letterario a pieno titolo.
L’italiano è quello imparato in carcere, per capire e farsi capire, scolpito in una neo-lingua dal lessico originale, talvolta approssimativa nelle desinenze e nelle concordanze, ma mai nella chiarezza dei ragionamenti e nella potenza espressiva di emozioni e sentimenti. È la lingua speciale della testimonianza diretta, che ci concede il diritto di commuoverci fino alle lacrime. La destinataria delle sue lettere dal carcere sa ascoltare la sua voce, il suo respiro narrativo, ne incoraggia la funzione terapeutica. Ma il padrone della pagina è lui: è lui a imporre il metodo nel procedere della scrittura. E lei lo rispetta, regalandogli l’accesso a quel surrogato di libertà che la letteratura concede perfino ai carcerati.
Per questo racconto doloroso ma necessario, per questa storia esemplare di dignità e coraggio, la giuria del Premio letterario Internazionale Tiziano Terzani conferisce il Premio Terzani 2026 a Alaa Faraj per la sua opera prima Perché ero ragazzo, Sellerio 2025.

Anna Badkhen per Cronache di un mondo in movimento (Gramma Feltrinelli), Mohammed El-Kurd per Vittime perfette e la politica del gradimento (Fandango Libri), Mathias Enard per Disertare (edizioni e/o), Alaa Faraj per Perché ero ragazzo (Sellerio), Bao Ninh per Il dolore della guerra (Neri Pozza), sono i cinque finalisti della ventiduesima edizione del Premio letterario internazionale Tiziano Terzani, riconoscimento istituito e promosso dalla nostra associazione insieme alla famiglia Terzani, nel segno del giornalista e scrittore fiorentino. Lo ha annunciato la Giuria, riunitasi nella casa fiorentina della famiglia Terzani. «Anche quest’anno – afferma Angela Terzani Staude – la giuria ha selezionato cinque volumi finalisti che ci aiutano, ciascuno a suo modo e con la propria originale prospettiva, a meglio comprendere le tragedie collettive e private del nostro tempo, che inquietano i nostri pensieri e turbano la nostra visione del futuro:ancora la tragedia della guerra, divampata ora in Medio Oriente; la sistematica violazione di ogni diritto a Gaza e la tacita accettazione del ritiro unilaterale dai trattati internazionali; il consolidarsi di regimi oppressivi che negano libertà e diritti elementari; i mutamenti climatici, l’oppressione sociale e i conflitti che sono alla base delle migrazioni che stanno riplasmando il mondo». I giurati – Enza Campino, Toni Capuozzo, Marco Del Corona, Andrea Filippi, Milena Gabanelli, Nicola Gasbarro, Carla Nicolini, Marco Pacini, Paolo Pecile, Remo Politeo, Marino Sinibaldi, Mario Soldaini, Saskia Terzani – si sono ora riservati un supplemento di riflessione prima di passare alla votazione finale. Il vincitore, o la vincitrice, sarà annunciato, o annunciata, a metà aprile e sabato 9 maggio (ore 21, Teatro Nuovo Giovanni da Udine) sarà l’atteso/a protagonista della serata-evento per la consegna del riconoscimento, appuntamento centrale della 22esima edizione del nostro festival, in programma a Udine dal 7 al 10 maggio.
Chi sono, visti da vicino, i cinque finalisti?
Anna Badkhen è nata nel 1975 nell’Unione Sovietica e vive da oltre vent’anni negli Stati Uniti. Scrittrice e giornalista, come corrispondente di guerra ha seguito i conflitti in Iraq, Afghanistan, Somalia, Israele, Territori palestinesi e Cecenia. Ha pubblicato numerosi volumi e scrive regolarmente sul New York Times e sulle più prestigiose riviste letterarie. Per i suoi reportage sui civili nelle zone di guerra ha ricevuto premi prestigiosi. Cronache di un mondo in movimento, pubblicato in Italia da Gramma Feltrinelli nella traduzione di Gioia Guerzoni, raccoglie undici reportage di grande forza e qualità letteraria: compongono il ritratto di un’epoca in cui una persona su sette ha lasciato il luogo nel quale è nata e in cui il sentimento sempre più diffuso in ogni angolo del pianeta è quello di vivere in un mondo del tutto scardinato, in “una mappa di lacerazioni”. Le cause dello sconvolgimento presente – i mutamenti climatici, le guerre, l’oppressione sociale – sono restituite nella loro cruda e drammatica realtà, così come i loro devastanti effetti: innanzitutto la perdita di usi e costumi secolari e la loro esile sopravvivenza nella sfera della memoria. Anna Badkhen non descrive soltanto la disperazione e lo straniamento che “il mondo in movimento” di una migrazione epocale senza precedenti produce, ma anche i legami, le inaspettate fratellanze, le nuove comunità che la “mappa delle lacerazioni” ricompone in nome della comune appartenenza al genere umano. Dalla Great Rift Valley in Etiopia, il luogo d’origine dell’umanità, dove 160 mila anni fa si verificò la prima grande dispersione, alle attuali zone di guerra, dalle metropoli occidentali segnate da violenza e razzismo alle terre devastate dalle catastrofi climatiche e dalle carestie, Cronache di un mondo in movimento mostra come nel mondo nuovo che avanza alle spese del vecchio si possano anche trovare i semi di una ritrovata umanità.
Mohammed El-Kurd è poeta, scrittore e giornalista. È nato nel 1998 a Sheikh Jarrah, un quartiere palestinese di Gerusalemme Est. Nel 2009 i coloni israeliani hanno occupato parte della casa della sua famiglia. El-Kurd ha studiato negli Stati Uniti, dove si è laureato in Scrittura, ma è rientrato a Gerusalemme Est nel 2021, dove si è impegnato a testimoniare il conflitto in corso su numerose testate giornalistiche internazionali, anche televisive, tanto da essere nominato quell’anno da Time tra le 100 persone più influenti al mondo. Attualmente è il primo corrispondente dalla Palestina per The Nation e responsabile della redazione culturale di Mondoweiss. La sua prima raccolta di poesie, Rifqa, acclamata dalla critica, è uscita in Italia nel 2022 per Fandango Libri, che ha pubblicato anche il saggio Vittime perfette e la politica del gradimento (traduzione di Clara Nubile). El-Kurd vi combina magistralmente la sua esperienza personale di palestinese che ha subito l’allontanamento forzato da casa con la storia del suo popolo e i reportage sugli ultimi avvenimenti dell’occupazione di Gaza. La sua riflessione parte dalla convinzione che il potere politico delle immagini diffuse dai media condizioni e modifichi il modo con cui ci relazioniamo con il mondo: le immagini non si limitano a rappresentare, ma decidono anche chi è degno di compassione, chi può parlare, chi può esistere e resistere. Se per essere ascoltati i palestinesi devono diventare “accettabili”, allora gli strumenti stessi dell’ascolto sono compromessi. Con una prosa coraggiosa e una precisione lirica, Mohammed El-Kurd rifiuta un’esistenza considerata come oggetto di un discorso e mai come soggetto. Invece di chiedere agli oppressi di comportarsi come ‘vittime perfette’, El-Kurd ribalta lo sguardo e chiede ad amici e nemici di guardare i palestinesi negli occhi, rinunciando sia alla deferenza che alla condanna.
Mathias Enard è scrittore e traduttore, voce tra le più significative della nuova letteratura francese. Nato nel 1972, si è formato in Storia dell’arte all’École du Louvre e ha studiato arabo e persiano. Dopo lunghi soggiorni in Medio Oriente, nel 2000 si stabilisce a Barcellona. All’attività di professore di lingua araba all’Università autonoma di Barcellona affianca quella di traduttore. Dopo l’esordio con La perfection du tir (2003), in cui ha dato voce al punto di vista soggettivo di un cecchino in un paese in guerra, ha raggiunto notorietà mondiale con Zone (2008; trad. it. 2011). Fra le sue opere, Bussola (E/O 2016) ha vinto il premio Goncourt e il Premio Von Rezzori. Disertare, pubblicato in Italia da edizioni e/o (traduzione di Yasmina Melaouah) e finalista anche del Booker Prize 2026, è un testo di potente intensità narrativa. Come lo stesso autore ha spiegato pubblicamente, l’invasione russa dell’Ucraina e il ritorno improvviso della guerra nel nostro orizzonte lo hanno spinto a modificare il romanzo che stava scrivendo in quel momento. La biografia di un geniale e mai esistito matematico tedesco, Paul Heudeber – sopravvissuto a Buchenwald, antifascista rimasto fedele alla DDR anche dopo e nonostante il crollo dell’utopia comunista -, che viene celebrato nei dintorni di Berlino l’11 settembre 2001 in un convegno che si svolge a bordo di una piccola nave da crociera, si intreccia così con la storia di un disertore, che in una non ben precisata regione montuosa del Mediterraneo fugge dalla guerra ma non riesce a disfarsene completamente: un anonimo soldato in fuga da un conflitto indeterminato, ma forse anche dai ricordi delle violenze di cui è stato autore. Dalla tensione tra queste due storie – un romanzo innestato dentro un altro romanzo – emerge tutto ciò che è in gioco tra impegno e tradimento, fedeltà e lucidità, speranza e sopravvivenza.
Alaa Faraj è nato a Bengasi, in Libia, nel 1995. Nell’agosto del 2015 aveva vent’anni. Era uno studente di ingegneria, una promessa del calcio. Alle spalle aveva una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, era impossibile. L’unica strada fu allora salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Durante quella disperata traversata 49 persone morirono soffocate dentro la stiva. Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa Faraj, dopo una frettolosa indagine, è stato condannato a 30 anni di carcere. Lo scorso dicembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha concesso la grazia parziale, uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi. Alaa Faraj continua ad affermare la sua innocenza. Ha scritto Perché ero ragazzo – pubblicato da Sellerio – in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in uno stile fatto di dignità e stupore, a volte ironico. Un’autobiografia scritta a mano, in stampatello, su fogli rimediati in qualche modo e poi inviati, lettera dopo lettera, ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, conosciuta in carcere durante un laboratorio e diventata la voce e il volto della battaglia di Alaa per la giustizia e la verità. Perché ero ragazzo racconta un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi dieci anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo prima sbigottito, poi sempre più consapevole, mantenendo sempre una paradossale fiducia nello Stato. Racconta la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato.
Bảo Ninh è uno scrittore che ha vissuto la guerra sulla propria pelle. Nato nel 1952 e arruolatosi nell’Esercito Popolare del Vietnam del Nord, a diciassette anni partì per il fonte con altri 500 soldati. Tornarono in dieci. Questa esperienza traumatica è diventata il nucleo del suo romanzo, Il dolore della guerra, scritto solo molti anni dopo la fine del conflitto. Apparso per la prima volta nel 1994 in traduzione inglese, bandito in patria per la sua visione antieroica, è stato salutato dalla critica internazionale come il Niente di nuovo sul fronte occidentale del Vietnam. Circolato nel suo paese clandestinamente e solo dopo il 2006 in modo ufficiale, è a oggi il libro più venduto della letteratura vietnamita. In Italia è uscito solo nel 2025 con Neri Pozza, nella traduzione di Carlo Prosperi, per il cinquantesimo anniversario della fine della guerra del Vietnam. Il protagonista è Kien, un ex soldato nordvietnamita sopravvissuto alla guerra. Come l’autore, ha combattuto nella Brigata Gioventù d’Assalto 27. Nel dopoguerra lavora in una squadra che recupera i corpi dei caduti in quella che ormai chiamano la Giungla delle Anime Urlanti, dove sette anni prima il napalm americano ha annientato il suo battaglione di 500 soldati, facendo di lui uno dei dieci sopravvissuti. La Storia dice che hanno vinto, ma assolvendo il suo macabro compito, Kien non si sente vincitore, sente solo le voci delle anime perdute. Sui corpi che raccoglie trova solo la violenza – testimoniata, subita, inflitta – che guasta tutto ciò che è umano, in modo definitivo e irreparabile. L’esercito nemico dei ricordi lo assale a ondate, lo riporta agli orrori delle tante battaglie ma anche ai giorni dell’innocenza, all’amore per la sua Phuong quando ancora era possibile. Forse per questo Kien è stato risparmiato: per raccontare che cosa rimane dopo che i fucili tacciono, dopo che non serve più uccidere per non essere uccisi. Per raccontare il dolore della guerra, a sé stesso, a chi verrà dopo, a chiunque voglia ascoltare.
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Premio Letterario Internazionale Tiziano Terzani 2026
Serata per la premiazione
di Alaa Faraj per
Perché ero ragazzo
Sellerio, 2015
annuncia le motivazioni del Premio ANGELA TERZANI STAUDE
intervengono
ALAA FARAJ
LUCIANA CASTELLINA, ALESSANDRA SCIURBA,
FRANCESCO SACCAVINI, GUSTAVO ZAGREBELSKY
interviste MARINO SINIBALDI
letture MASSIMO SOMAGLINO
ORCHESTRA D’ARCHI E PERCUSSIONI
DEL CONSERVATORIO “J. TOMADINI” DI UDINE
LUCIO DEGANI violino solista
FABIO SERAFINI direttore
musica
Arvo Pärt - Fratres (per violino solista, orchestra d’archi e percussioni)

ALAA FARAJ Nato nel 1995 a Bengasi, in Libia. Studente di ingegneria e promessa del calcio nazionale. Nel 2017, una sentenza della giustizia italiana lo ha condannato a 30 anni di carcere. Il reato contestatogli è di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”. Sulla base di testimonianze frettolose e confuse, era stato indicato come lo “scafista” del barcone dove furono trovati, nella stiva, i corpi di 49 persone morte per asfissìa durante la traversata. Era la notte di Ferragosto del 2015 e Alaa, che allora aveva vent’anni, si è sempre dichiarato innocente. Nel giugno 2025 la Corte di Cassazione ha confermato la non ammissibilità della richiesta di revisione già dichiarata dalla Corte d’Appello di Messina, che però rilevava lo scarto tra la pena comminata e la condotta tenuta, suggerendo per questo di chiedere la grazia al Presidente Mattarella. Lo scorso dicembre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha concesso la grazia “parziale”, tenendo conto "del parere favorevole del Ministro della Giustizia, della giovane età del condannato al momento del fatto" e del "proficuo percorso di recupero avviato in carcere". Ad Alaa ora restano da scontare ancora alcuni anni ed è in corso una nuova procedura di revisione del processo. Ha raccontato la sua storia in Perché ero ragazzo (Sellerio 2025), che vince il Premio Terzani 2026.
LUCIANA CASTELLINA Giornalista e scrittrice. Militante nel PCI dal 1947, è stata tra i fondatori del ‘Manifesto’ nel 1969, direttrice di ‘Liberazione’ dal 1992 al 1994, più volte deputata italiana ed europea. Tra le sue pubblicazioni più recenti, per Nottetempo: Guardati dalla mia fame (con M. Agus, 2014) e Amori comunisti (2018); per Forum: Un mondo di donne in cammino (con D. De Marco e A. Floramo, 2024). La scoperta del mondo (Nottetempo 2025) è l’edizione aggiornata e rivista del suo diario del 2011.
ALESSANDRA SCIURBA Professoressa di Filosofia del diritto nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, dove coordina la Clinica legale Migrazioni e diritti. È stata presidente di Mediterranea Saving Humans e ha effettuato missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Da molti anni si occupa di diritti umani, cittadinanza, migrazioni, questioni di genere, sfruttamento e tratta di esseri umani. È stata consulente di ricerca per il Parlamento europeo e per il Consiglio d'Europa. Coordina progetti sul territorio siciliano come operatrice socio-legale. Sia come studiosa che come attivista, connette sempre la ricerca teorica con l’intervento sul campo. Ha conosciuto Alaa Faraj in carcere durante un laboratorio e lo ha incoraggiato a raccontare la sua storia.
MARINO SINIBALDI Giornalista e critico letterario. Ideatore e conduttore della trasmissione Fahrenheit su Rai Radio 3, rete di cui è stato direttore fino al 2021. Dal 2020 dirige la Festa del libro e della lettura “Libri come” di Roma. Ha pubblicato Un millimetro in là. Intervista sulla cultura (a cura di G. Zanchini, Laterza 2014). Ha fondato e diretto la rivista “Sotto il Vulcano”. Dal 2023 cura “Timbuctu”, un podcast per Il Post dove viene proposta una narrazione del mondo attraverso i libri. È membro della giuria del Premio Terzani.
MASSIMO SOMAGLINO Attore, autore e regista teatrale. Collaboratore del Teatro dell’Elfo di Milano. Con Giuliana Musso ha messo in scena Nati in casa, Sexmachine e Tanti Saluti. Ha realizzato, tra gli altri: Zitto, Menocchio!, Cercivento. Ha riscritto l’Histoire du soldat di Stravinskij-Ramuz e Il sogno di una cosa di
Pasolini, dal titolo Nini e Cecilia (2019). È direttore artistico del Teatri Stabil Furlan.
don FRANCO SACCAVINI Prete di periferia, da cinquant’anni radicato a Udine nella San Domenico che fu di don Emilio de Roja, presidio di accoglienza, pluralismo, solidarietà, costruzione di una cultura di pace. È presidente dell’associazione e cooperativa Vicini di casa, che ha contribuito a fondare.
ANGELA TERZANI STAUDE Nata a Firenze da genitori tedeschi, ha conosciuto Tiziano Terzani a 18 anni e lo ha seguito da allora nelle sue peregrinazioni. Ha scritto per Longanesi Giorni cinesi(1987) e Giorni giapponesi (1994), ha curato con Àlen Loreti i diari del marito Un’idea di destino (2014) e l’antologia di reportage In America (2018). Autrice del memoir L’età dell’entusiasmo (2022), è presidente della giuria del Premio Terzani e cittadina onoraria di Udine.
GUSTAVO ZAGREBELSKY Giurista. Già presidente della Corte costituzionale, professore emerito dell’Università di Torino, docente all'Università San Raffaele di Milano e Accademico dei Lincei. Attivo attraverso i media nel dibattito pubblico sulla costituzione. Tra i suoi numerosi volumi in materia giuridica: Il legno storto della giustizia (con G. Colombo, Garzanti 2017, 2022); il monumentale Giustizia costituzionale. Vol 1 e 2 (con V. Marcenò, Il Mulino 2018); e per Einaudi: Diritto allo specchio (2018), La Giustizia come professione (2021), La lezione (2022) e l’autobiografico Memoria di casa (2025).
LA MOTIVAZIONE DELLA GIURIA
Era ragazzo Alaa Faraj quando la guerra civile in Libia ha sospeso il gioco del calcio: la sua passione, il suo talento. Non aveva ancora vent’anni quando fu chiusa l’Università di ingegneria: il suo progetto di ragazzo di famiglia benestante. Aveva la testa piena di sogni quando è salito su quel barcone maledetto per cercare in Europa un futuro possibile. È l’inizio di un “incubo chiamato giustizia”. È condannato a 30 anni di carcere con l’accusa di essere lo scafista responsabile della morte di 49 migranti nascosti nella stiva.
Alaa non si fa sconfiggere dalla disperazione. Studiare, imparare diventa il suo modo di sopravvivere. Ma è l’incontro in carcere con Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto, che lo trasforma in uno scrittore.
È così che ci fa entrare nei ricordi della sua bella famiglia, nella spensieratezza della vita di quartiere a Bengasi, nella sacralità delle sue amicizie. E ci precipita nel suo inferno giudiziario. Alaa non vuole la nostra pietà: cerca giustizia.
Un romanzo di formazione e un romanzo epistolare. Un resoconto in presa diretta che si fa stile letterario a pieno titolo.
L’italiano è quello imparato in carcere, per capire e farsi capire, scolpito in una neo-lingua dal lessico originale, talvolta approssimativa nelle desinenze e nelle concordanze, ma mai nella chiarezza dei ragionamenti e nella potenza espressiva di emozioni e sentimenti. È la lingua speciale della testimonianza diretta, che ci concede il diritto di commuoverci fino alle lacrime. La destinataria delle sue lettere dal carcere sa ascoltare la sua voce, il suo respiro narrativo, ne incoraggia la funzione terapeutica. Ma il padrone della pagina è lui: è lui a imporre il metodo nel procedere della scrittura. E lei lo rispetta, regalandogli l’accesso a quel surrogato di libertà che la letteratura concede perfino ai carcerati.
Per questo racconto doloroso ma necessario, per questa storia esemplare di dignità e coraggio, la giuria del Premio letterario Internazionale Tiziano Terzani conferisce il Premio Terzani 2026 a Alaa Faraj per la sua opera prima Perché ero ragazzo, Sellerio 2025.
GIURIA 2026
ANGELA TERZANI presidente
ENZA CAMPINO
TONI CAPUOZZO
MARCO DEL CORONA
ANDREA FILIPPI
MILENA GABANELLI
NICOLA GASBARRO
CARLA NICOLINI
MARCO PACINI
PAOLO PECILE
REMO ANDREA POLITEO
MARINO SINIBALDI
MARIO SOLDAINI
SASKIA TERZANI
- 09/05/2026
- Ore 21.00
- Teatro Nuovo Giovanni da Udine
Tiziano Terzani
Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938. Compiuti gli studi a Pisa, mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, quando viene inviato in Giappone dall’Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali. La decisione di esplorare, in tutte le sue dimensioni, il continente asiatico si realizza nel 1971, quando, ormai giornalista, si stabilisce a Singapore con la moglie (la scrittrice tedesca Angela Staude) e i due figli piccoli e comincia a collaborare con il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel come corrispondente dall’Asia (una collaborazione trentennale, durante la quale Terzani scriverà anche per la Repubblica, prima, e per il Corriere della Sera, poi).
Nel 1973 pubblica il suo primo volume: Pelle di leopardo, dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975, rimasto a Saigon insieme a pochi altri giornalisti, assiste alla presa del potere da parte dei comunisti, e questa esperienza straordinaria ispira Giai Phong! La liberazione di Saigon, che viene tradotto in varie lingue e selezionato in America come Book of the Month. Nel 1979, dopo quattro anni passati a Hong Kong, si trasferisce, sempre con la famiglia, a Pechino. Nel 1981 pubblica Holocaust in Kambodscha, in cui descrive il viaggio a Phnom Penh compiuto subito dopo l’intervento vietnamita in Cambogia. Il lungo soggiorno in Cina si conclude nel 1984, quando Terzani viene arrestato per attività controrivoluzionaria e successivamente espulso. L’intensa esperienza cinese, e il suo drammatico epilogo, viene raccontato in La porta proibita (1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
Le tappe successive del vagabondaggio sono di nuovo Hong Kong, fino al 1985; Tokyo, fino al 1990 e poi Bangkok. Nell’agosto del 1991, mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese, apprende la notizia del golpe anti-Gorbaciov e decide di raggiungere Mosca. Il lungo viaggio diventerà poi Buonanotte, signor Lenin (1992), che rappresenta una fondamentale testimonianza in presa diretta del crollo dell’impero sovietico. Un posto particolare nella sua produzione occupa il libro successivo: Un indovino mi disse, che racconta di un anno (il 1993) vissuto svolgendo la normale attività di corrispondente dall’Asia senza mai prendere aerei.
Dal 1994 è a Nuova Delhi e nel 1998 pubblica In Asia, un libro a metà tra reportage e racconto autobiografico, che traccia un vasto profilo degli eventi che hanno segnato la storia asiatica degli ultimi trent’anni. Nel marzo 2002 interviene nel dibattito seguito all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001, pubblicando le Lettere contro la guerra, e rientra in Italia per un intenso periodo di incontri, conferenze e dibattiti dedicati alla pace, prima di tornare nella località ai piedi dell’Himalaya dove da qualche anno passa la maggior parte del suo tempo. Due anni dopo pubblica Un altro giro di giostra, per raccontare il suo ultimo ‘viaggio’: quello attraverso la malattia e il sistema che la circonda.
Muore a Orsigna, piccolo borgo dell’Appennino pistoiese, nel luglio 2004.
Sono usciti postumi nel 2006 La fine è il mio inizio – diventato anche film nel 2010 – Fantasmi (2008) e Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria (2014) e In America. Cronache da un mondo in rivolta (2018).
Alla sua memoria sono dedicati il Premio letterario internazionale dell’associazione vicino/lontano di Udine, la pagina Facebook @TizianoTerzaniOfficial e il sito www.tizianoterzani.com.