Edizione 2006

Jonathan Randal

Presidente della Giuria – Angela Staude Terzani

Membri della Giuria – Giulio Anselmi, Toni Capuozzo, Andrea Filippi, Ryszard Kapuściński, Ettore Mo, Valerio Pellizzari, Peter Popham, Paolo Rumiz

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

Jonathan Randal, dopo cinquant’anni di viaggi attraverso le turbolenze del mondo, dice che l’informazione è frutto di fiducia, pazienza e fatica. Questo secolo e questo millennio invece hanno rivelato subito al loro inizio di disprezzare questa regola, mostrando una erosione, una soggezione progressiva dei fatti rispetto ai resoconti del potere. Due temi in particolare, il terrorismo e l’islam, sono serviti come pretesto per indebolire la libertà di stampa, per deformare la conoscenza. Randal è cittadino americano con residenza francese, avvicina le due sponde dell’oceano in un momento di incomprensione. Per otto anni ha lavorato con ostinazione, rigore e passione sugli intrecci oscuri e trasversali tra terrorismo, integralismo islamico, deviazioni dei servizi segreti, interessi della grande diplomazia occidentale. Da quel lavoro è nato “Osama”. L’autore ha indagato attorno alla figura del miliardario saudita – simbolo di un intreccio opaco di interessi – per spiegare come nasce un terrorista, ma soprattutto per spiegare come si crea un personaggio negativo, come lo si ingrandisce fino a trasformarlo in una figura mitica e inafferrabile, utile ai suoi seguaci e contemporaneamente ai suoi avversari. Dopo l’11 settembre Randal ha resistito, come pochissimi hanno saputo fare, al fiume della isteria mediatica, alla semplificazione degli slogan, alle pressioni editoriali. Ha rinviato la conclusione del suo lavoro proprio per proteggere autonomia di giudizio e rigore, distinguendo seguaci della violenza e seguaci dell’islam. Sono questi i grandi meriti del suo libro in un momento storico inquinato e avvilito dallo spirito delle nuove crociate.

L’AUTORE

Jonathan Randal è nato a Buffalo, stato di New York, nel 1933, nello stesso giorno – come lui stesso scrive – in cui il presidente Roosevelt chiuse le banche. Ha studiato a Exeter e a Harvard. E’ sposato e vive a Parigi. Giornalista, dal 1957 ha lavorato come corrispondente estero: per la United Press, per il Time Magazine, il New York Times e, dal ’69 al ’98, per il Washington Post, seguendo molte delle tante guerre che hanno sconvolto in questi anni il mondo: in Vietnam, Congo, Iran, Libano, Kurdistan, Bosnia, Liberia. E’ considerato uno dei maggiori esperti in questioni mediorientali. Sul tema, ha pubblicato alcuni libri, due dei quali tradotti anche in italiano: “I curdi. Viaggio in un paese che non c’è” (Editori Riuniti, 1998) e “Osama”(Piemme, 2005).

L’OPERA

Jonathan Randal era sulle tracce di Osama bin Laden ancor prima che la maggior parte di noi ne conoscesse il nome. Frutto di otto anni di indagini e ricerche, “Osama” è una attenta e dettagliata biografia del ricercato numero uno dalle polizie di tutto il mondo, il primo musulmano, dopo Saladino, che sia riuscito – come scrive Randal – a terrorizzarci profondamente, “lanciando il mondo islamico in un violento scontro di civiltà con l’Occidente”.

L’11 settembre è stato solo il detonatore di questo conflitto. La guerra santa di Osama ha avuto inizio in Afghanistan ai tempi dell’invasione russa. Nasce lì la figura di Osama come leader e nasce lì anche Al-Qaeda (in arabo “la base”), nome che inizialmente indicava solo un gruppo di combattenti arabi accorsi a sostenere la resistenza afghana. Ma quando i russi abbandonarono il paese, Osama non abbandonò la sua jihad: c’erano altre terre musulmane oppresse per le quali combattere. La politica estera americana degli ultimi anni lo ha paradossalmente aiutato; come scrive ancora Randal, è stata per Osama – e lo è tuttora, con la guerra in Iraq – una vera e propria “manna”. E la jihad del miliardario saudita continua così a esercitare una costante attrazione su una frangia sempre più nutrita di giovani insoddisfatti.

Il sottotitolo inglese dell’opera “The Making of a Terrorist” ben sintetizza la tesi dell’autore: “Osama” non è solo la storia di come nasce un terrorista, ma anche la spiegazione di come lo si fa diventare tale. Liberando il campo da tante semplicistiche analisi, Jonathan Randal ripercorre in una rigorosa inchiesta – ricco anche il corpo delle note al testo – l’ascesa di Osama bin Laden, da proprietario di una impresa di costruzioni a burattinaio del terrore, e sottolinea come non vi sia alcuna ragione per credere che la sua cattura possa essere risolutiva ai fini della lotta al terrorismo. Lo sarebbe, invece, una politica più oculata verso il mondo musulmano, soprattutto in Palestina, Kashmir e Cecenia, “paesi i cui problemi si sono lasciati incancrenire per lungo tempo”.