Edizione 2005

Francois Bizot

Presidente della Giuria – Angela Staude Terzani

Membri della Giuria – Giulio Anselmi, Sergio Baraldi, Toni Capuozzo, Ryszard Kapuściński, Ettore Mo, Valerio Pellizzari, Peter Popham, Paolo Rumiz

LA MOTIVAZIONE

La vicenda di Francois Bizot è un intreccio straordinario di qualità personali e di coincidenze decise dal caso. Il suo lavoro di archeologo, i suoi incontri ripetuti con i khmer rossi e il suo libro “Il cancello” toccano i temi antichi e sempre attuali di ogni ricerca, di ogni viaggio esistenziale. Raccontano la curiosità per una cultura lontana, le promesse di un nuovo progetto politico, l’alleanza torbida tra violenza e potere. Bizot si incammina nella giungla del sud est asiatico, lungo le rive del Mekong, tocca la guerra, e in molti casi diventa un personaggio contiguo, che affianca, che a volte precede, che a volte segue la camminata di Tiziano Terzani. Si muovono lungo lo stesso itinerario, nello stesso momento storico. Pol Pot e gli altri capi dei khmer rossi avevano studiato alla Sorbona. L’archeologo partito dalla Francia è tra i pochissimi testimoni di quella ideologia purificatrice rapidamente degenerata. A un certo punto ricorda “… le pesanti responsabilità dell’Occidente, che aveva esportato senza sfumature i propri modelli e le proprie idee in un mondo del tutto estraneo alla propria cultura e non era poi stato in grado di prevedere, di bloccare o almeno di riconoscere gli effetti perversi di tale azione”. Pol Pot ha anticipato Milosevic e Saddam, che al suo confronto appaiono come tiranni minori. Ma la giustizia internazionale non ha trovato il tempo per raggiungere, interrogare e giudicare il carnefice dei cambogiani. Per questo le pagine di Bizot hanno il suono e la forza di una profezia solitaria.

L’AUTORE

François Bizot, è nato nel 1940 a Nancy. Etnologo e studioso del Buddhismo, è stato assegnato in Cambogia, Thailandia e Laos in qualità di membro dell’École française d’Extrême-Orient (EFEO). Durante la feroce dittatura cambogiana dei khmer rossi di Pol Pot, ha vissuto la drammatica esperienza della prigionia, che ha raccontato nel suo romanzo-testimonianza. Occupa la cattedra di Buddismo dell’Asia Sud Orientale all’École Pratique des Hautes Études di Parigi ed è membro del Conseil National des Sciences Sociales et Humaines.

L’OPERA

Scritto venticinque anni dopo gli eventi narrati, nella speranza che il “cancello” possa finalmente chiudersi dietro gli angoscianti ricordi del suo autore, il libro descrive l’esperienza del giovane etnologo Bizot in Cambogia, che cade nelle mani degli spietati khmer rossi e miracolosamente si salva.

Nel 1971, Bizot, impegnato nella ricerca di vecchi documenti nella regione di Udong, viene catturato nella giungla da un drappello di khmer rossi, che per tre mesi lo tengono in catene in un campo di prigionia. Grazie alla perfetta conoscenza della lingua khmer, Bizot riesce a instaurare un insolito rapporto con il giovane inquisitore Duch e ad ottenerne la fiducia, tanto da essere il solo occidentale a salvarsi. Quello stesso Duch, quattro anni dopo gli eventi narrati, diventerà il comandante della scuola-prigione Tuol Sleg di Phnom Penh, e si renderà responsabile di quarantamila esecuzioni.

Nel 1975 i khmer rossi riescono a rovesciare il regime sostenuto dagli americani e a conquistare il controllo del paese. Chi, nella fuga generale di cambogiani e occidentali legati al vecchio potere, non riesce a scappare in tempo, trova rifugio dietro il “cancello” dell’ambasciata francese a Phnom Penh. Bizot fa da interprete e intermediario fra il console francese e gli uomini del nuovo regime durante i drammatici negoziati, che permetteranno infine alle oltre mille persone rifugiatesi nel recinto francese di tornare ai loro rispettivi paesi.

Il regime dei khmer rossi, responsabile del genocidio di un milione e settecentomila cambogiani, cade nel 1979. Catturato soltanto nel 1999, Duch aspetta ancor oggi in carcere un processo, che continua a essere rimandato. Ma è stata proprio la sua cattura a spingere Bizot a raccontare il suo rapporto con il carceriere che, da giovane rivoluzionario fanatico, si era lasciato abbagliare da un devastante ideale di giustizia. Così, il “cancello” che separava l’ambasciata francese da un viale alberato della capitale cambogiana, diventa per Bizot il simbolo di una frattura nella propria vita e l’origine di un’irrisolta inquietudine nei confronti della natura dell’uomo.

Nella sua prefazione, John Le Carré definisce questo libro un “classico contemporaneo”.

UN ESTRATTO DE “IL CANCELLO”

Bizot, dopo l’ingresso dei khmer rossi nella capitale cambogiana, dal cortile dell’ambasciata francese osserva un automezzo dei rivoluzionari che si arresta davanti al cancello dell’ambasciata per lasciar scendere alcuni intellettuali francesi esultanti:

“Una simile manifestazione di fraternità da parte di un gruppo di intellettuali parigini nei confronti di alcuni poveri khmer rossi mi sembrava ridicola e fuori luogo: che cosa potevano capire costoro delle loro ragioni e della loro lingua, della loro storia e della loro rivoluzione? Quasi nulla, come avrebbe poi dimostrato il libercolo ben scritto che i coniugi Steinbach, di ritorno in Francia, affidarono alle edizioni del Partito comunista. La loro pericolosa ingenuità, fondata su una visione manichea delle cose, che suddivideva gli eventi della storia in rosso e nero, non poteva che farmi infuriare, perché rispecchiava le pesanti responsabilità dell’Occidente, che aveva esportato senza sfumature i propri modelli e le proprie idee in un mondo del tutto estraneo alla propria cultura e non era stato poi in grado di prevedere, di bloccare o almeno di riconoscere gli effetti perversi di tale azione. Quale che fosse la dose di simpatia o di avversione che io abbia potuto provare allora per alcuni di quei colpevoli sognatori, mossi da un sincero senso di fraternità, essi oggi, dopo che il culmine dell’irrimediabilità è stato raggiunto e non possono fare altro che tacere, non riescono a ispirarmi che un’amara compassione e un’infinita tristezza…”. (pp. 205-206)